Fondata nel 1123 da monaci Cistercensi che bonificarono da paludi e foreste il territorio introducendo, primi in Italia, la coltivazione del riso, l’abbazia di Santa Maria di Lucedio sfruttò la strategica posizione lungo la cosiddetta Via Francigena e divenne un centro di potere economico e politico. Lucedio fu sempre contesa tra le casate dinastiche italiane: passò infatti dai Gonzaga ai Savoia, fino a Napoleone all’inizio dell’Ottocento e al marchese Giovanni Gozani di San Giorgio, antenato della contessa Rosetta Clara Cavalli d’Olivola Salvadori di Wiesenhoff, attuale proprietaria. Il titolo di Principato, ottenuto per i servigi di uno dei proprietari al Regno d’Italia, è solo onorifico.

Il Principato si presenta oggi come una grande e moderna azienda agricola. Del monastero di XII secolo, poi ampliato tra XIII e XIV secolo, si sono conservate notevoli strutture architettoniche, tra cui l’elegante campanile ottagonale in stile gotico lombardo, il chiostro, l’aula capitolare e la suggestiva sala dei conversi o refettorio. Tra il 1767 ed il 1770 la chiesa abbaziale lasciò spazio all’attuale chiesa barocca. All’interno della cinta muraria si trova una seconda chiesa, la cosiddetta “chiesa del popolo” dedicata al beato trinese Oglerio, anch’essa settecentesca e destinata alle famiglie contadine che lavoravano nei dintorni (oggi sconsacrata e utilizzata come deposito).

Leggende parlano di cripte segrete, mummie d abati e fiumi sotterranei, ma anche di una colonna che “piange” per gli orrori di cui sarebbe stata testimone. Nella vicina chiesa della Madonna delle Vigne, invece, è visibile un dipinto raffigurante un organo a canne con uno spartito detto “del diavolo” (pare che suonando la musica al contrario si evochi il diavolo all’interno della chiesa).