Il concetto di Piemonte Orientale supera i confini amministrativi tradizionali ed è apparso per la prima volta in una denominazione istituzionale con la fondazione dell’omonima Università nel 1998. Negli anni più recenti, diversi soggetti si sono dati un assetto organizzativo sovraprovinciale in quest’area, compresa Confindustria Territoriale Piemonte Orientale, recentemente presentata, che unirà le associazioni di Novara, Alessandria e Vercelli – Valsesia.

“Le province di Novara, Vercelli, Biella, Verbano Cusio Ossola e Alessandria occupano la zona del Piemonte Orientale. Qui è in corso un processo di razionalizzazione e concentrazione sul piano istituzionale, associativo e imprenditoriale. Si sta definendo un nuovo perimetro che supera i confini amministrativi tradizionali e include le città dell’asse fra Torino e Milano, fra le Alpi e il Monferrato”. Con queste parole si presenta il magazine online “Piemonte Orientale & Oltre” che state leggendo, attivato nel 2011 a seguito di positive esperienze editoriali su questi orizzonti allargati, per documentare il processo di cambiamento, aumentare la consapevolezza delle potenzialità di quest’area e favorire nuove, qualificate relazioni tra le persone e le imprese che la popolano.

Uno degli esponenti più autorevoli con cui affrontare il tema del Piemonte Orientale e del suo consolidamento è Maurizio Comoli, presidente della Camera di Commercio di Novara e docente di Economia Aziendale all’Università del Piemonte Orientale. Di seguito, l’intevista con la sua visione in proposito.

Presidente, ha senso parlare di Piemonte Orientale?

Secondo me sì. In tale contesto si superano i confini rigidamente amministrativi del Quadrante [le attuali province di Novara, Vercelli, Biella e VCO, n.d.r.].

Quali sono i tratti che accomunano i territori e la popolazione di quest’area?

Quest’area ha come minimo comun denominatore una storia e una cultura diverse da quelle della città capoluogo di regione, Torino.

Quindi chiamiamolo Alto Piemonte o Piemonte Orientale, lasciando stare Cuneo, che è la parte bassa e molto occidentale. La parte orientale, lo dice la parola, nel nome il suo destino, come dicevano i latini “nomen omen”, attualmente sarebbero le quattro province del Quadrante più Alessandria e ci potrebbe stare anche Asti. Asti in realtà è un po’ una cerniera, una sutura, potrebbe avere contatti con Torino, con Cuneo e anche con noi. Potrebbe tenere i rapporti con tutte e tre.

L’area del Quadrante ha avuto una storia comune fino al 1927, perché queste quattro province erano un’unica provincia, poi le ha divise Mussolini in quell’anno [furono divise Novara, che comprendeva anche il VCO, e Vercelli, che comprendeva anche Biella, n.d.r.]. Successivamente Andreotti, nel 1992, creò le altre due [VCO e Biella, n.d.r.].

Dopodiché, ci sono anche rivalità probabilmente tipiche della storia dei comuni. Tutta la ricchezza della nostra storia a volte tende a creare anche degli steccati che forse sono superabili. Torino, storicamente, per la cultura, per la mentalità, anche per le eccellenze che aveva, era tendenzialmente la capitale del ducato e del regno. C’era un accentramento nella capitale di certe funzioni che magari altrove erano più diffuse nei comuni. Quindi a mio parere il mantenere o l’andare a richiamare anche i vecchi simboli, di storie alternative a quella di Torino, permette di trovare molti motivi per unire queste zone rispetto ai pochi che le possono dividere.

Ma questa è la storia, il passato remoto. Se andiamo al passato prossimo, secondo me è necessario coinvolgere anche la parte di Alessandria in questa costruzione.

Lei è docente all’Università che per prima, con la sua struttura tripolare, ha accomunato i territori di cui stiamo parlando.

Ciò che ho visto funzionare bene, forse perché lavoro anche all’Università del Piemonte Orientale, è questo modello di università che punta all’eccellenza, alternativa a quella del capoluogo, che non sarebbe nata se non ci fosse stata una condivisione. Se ogni provincia avesse voluto la sua università, non se ne sarebbe fatta nemmeno una. Se una sola l’avesse voluta, le altre avrebbero lavorato contro, perché tante volte la tipica logica che caratterizza la mentalità degli italiani è “non fare e non far fare”.

Invece, questa università è nata col modello dell’articolazione territoriale rappresentando sostanzialmente i diversi territori, allocandovi delle specializzazioni distintive perché a Novara ci sono Economia, Medicina, Chimica e Tecnica Farmaceutica e altro, mentre a Vercelli c’è il Rettorato, ci sono Storia e Filosofia, Lingue ecc., e Alessandria ha materie scientifiche, Scienze politiche e Giurisprudenza. Alla fine, questa divisione per territori con una specializzazione e una contemporanea sutura fra le varie facoltà ha permesso di creare l’alternativa ideale a Torino. Cito Economia perché conosco quella, per dire che come ranking è più alta dell’Università di Torino sulla ricerca. È passata da 150 matricole al primo anno a più di 1000, in questi 20 anni, quindi chiaramente è sinonimo di un successo, in termini perlomeno relativi e tenendo conto che il Piemonte aveva un’unica università.

Le caratteristiche del Piemonte Orientale

  • Numero di abitanti: 1.300.000 circa, paragonabile a Torino e provincia
  • Numero di imprese: 153.000
  • Numero di addetti (lavoratori): 350.000
  • Prodotto interno lordo: circa un terzo del PIL del Piemonte, circa il 3% del PIL nazionale italiano
  • A livello globale: il Piemonte Orientale è la 57esima economia del mondo, maggiore dell’Ungheria

I dati riportati includono le province del Quadrante e quella di Alessandria.

Ritiene che le banche più radicate sul territorio troverebbero coerenza col disegno del Piemonte Orientale?

Al di là di quanto detto prima, abbiamo delle uniformità anche nel sistema bancario. Paradossalmente, la fusione tra Banco Popolare e Banca Popolare di Milano che oggi è di attualità e viene vista come lombardo-veneta, in realtà interessa moltissimo il Piemonte, anzi il Piemonte sarà la seconda regione di presenza per quote di mercato e numero di sportelli di questa realtà. In queste province la nuova entità è la banca di riferimento perché, con Alessandria che porta la sua Cassa di Risparmio di Alessandria, il nuovo gruppo ha tra il 25 e il 30% circa di quote, quindi è la banca del Piemonte Orientale e una delle prime due o tre banche del Piemonte.

La storia, l’economia. E la politica?

Ulteriori elementi potrebbero intervenire o concorrere a favore del compimento di un disegno di “Piemonte Orientale”. Il Piemonte Orientale secondo me necessita di una rappresentanza politica.

Cosa potrebbe appianare alcune resistenze che permangono tra le province?

Ci sono interessi parzialmente divergenti, come sempre, come in un condominio: quello dell’ultimo piano ha esigenze diverse da quello del primo piano, ma se nessuno paga il tetto e poi piove dentro ci perdono tutti perché le infiltrazioni scendono fino al pian terreno.

Allora bisogna mettersi insieme, valutare quello che si può fare, ci saranno dei pro e dei contro che vanno mitigati dividendo le competenze ed evitando che ci sia un’egemonia di qualcuno sugli altri, per raggiungere un modello che può avere una dignità e una rappresentanza che possa essere davvero un controaltare a alla Città Metropolitana [area di Torino, n.d.r.], che tenderà ad ampliarsi.

Le province del Piemonte Orientale

Possiamo immaginare come punto di arrivo anche una Camera di Commercio del Piemonte Orientale?

Per le Camere di Commercio c’è una modifica legislativa che impatta sul quadro di riferimento istituzionale. Ha dimezzato i diritti camerali, che a vario titolo sono diversi però non è questa la sede per parlarne nello specifico. Sostanzialmente ha dimezzato i ricavi, le entrate che la Camera di Commercio aveva per supportare le proprie attività. Alcune attività sono più o meno conosciute anche fuori dal mondo delle imprese: il registro delle imprese, le misurazioni dei pesi e la metrica, la gestione delle borse e quant’altro, attività obbligatorie che la Camera di Commercio fa a supporto del sistema imprese. Poi c’è tutta un’altra serie di attività più mirate, sempre di supporto alle imprese, meno regolatorie, come ad esempio lanciare, promuovere e far crescere manifestazioni che permettano di supportare l’economia locale facendo da volano.

La Camera di Commercio rappresenta le imprese. Il suo consiglio è fatto di imprenditori nominati dalle imprese. Nella provincia di Novara, in senso stretto, abbiamo circa 39.000 imprese con le sedi secondarie, ed è evidente che c’è un lavoro diffuso perché l’Italia è basata su tante microimprese, in particolare quelle artigiane, che però fanno la forza del Paese, la spina dorsale.

Diminuendo a metà le entrate per legge, perché il Governo ha deciso questo, e dovendo garantire dei servizi regolatori obbligatori, si va a comprimere molto la capacità di fare iniziative di supporto. Allora come si può sopperire a quello? Lo stesso Governo, dall’altro verso, ha previsto una serie di accorpamenti, per cercare di avere dei risparmi a tendere. Questi accorpamenti vanno disegnati, fermo restando che alla fine bisogna arrivare al numero di 60 Camere di Commercio in tutta Italia. Dovranno essere disegnati, secondo l’opinione che abbiamo, un po’ come ha fatto l’Università, mettendo a fattor comune alcune cose ed evitando duplicazioni. È inutile che tutte e tre, quattro o cinque quelle che saranno le Camere che si uniranno, facciano le stesse cose nello stesso modo.

Può esserci un solo soggetto che lavora per tutti, su certe cose. Ad esempio, parlando dei fondi europei: chi ha più capacità di attrarre, se ne occupi. Nella visione che avevo io, questo soggetto era il VCO, anche se loro potrebbero rimanere autonomi perché sono confinanti con uno stato estero, quindi probabilmente decideranno di rimanere autonomi finché riusciranno.

Diciamo che il modello a tendere è quello del Piemonte Orientale, con le specializzazioni zona per zona, in cui si cercano dei risparmi complessivi salvaguardando le peculiarità. Ovviamente, sviluppando e supportando le specializzazioni che ogni zona può avere, così da ottenere una sorta di economia di scopo oltre che economia di scala dalla taglia dimensionale. E l’economia di scopo è legata alla capacità e all’efficacia nel migliorare l’erogazione di alcuni servizi specifici. Su questa base si garantirebbe una rappresentanza a tutti, perché ogni area ha diritto ad essere rappresentata. Nessuna è egemone, come avviene per l’Università: chi ha il Rettorato ha meno funzioni, c’è un bilanciamento e insieme si fa qualcosa.

Secondo me il vero punto di arrivo è questo Piemonte Orientale, che coincide con le attuali quattro province compreso il VCO, anche se i nostri amici del VCO hanno opinioni parzialmente diverse, ma credo che prima o poi si convinceranno che naturalmente la loro storia, ma soprattutto il loro futuro, possono essere agganciati a quelli di tutti gli altri. E lo stesso vale per Alessandria, con cui noi di Novara non abbiamo formalmente dei rapporti particolari dal punti di vista amministrativo, perché è una provincia diversa, però dal punto di vista del tessuto economico, della dimensione, della taglia, della storia, del fatto di essere di confine, Alessandria è molto simile a noi, quindi è corretto e opportuno aprire questo discorso.

Quali sono i numeri e che complementarietà c’è sul tipo di produzioni per l’export?

Sicuramente, se l’Italia sta su in questo periodo è perché abbiamo un 25% delle imprese che esportano e che fanno da filiera per tutta un’altra serie di imprese. Voglio dire: probabilmente l’artigiano decoratore non esporta, me va a rimettere a posto la sede di chi esporta… L’importante è avere una filiera, un indotto, una sensibilizzazione. In quest’area ci sono specializzazioni nella chimica, nella meccanica, nel valvolame, c’è Valenza con l’oro, c’è l’alimentare, c’è l’agricolutra, c’è il riso… Abbiamo già una tradizione e una cultura, il problema è far partecipare alcune imprese, che magari non hanno la taglia per fare da sole, cominciare ad aiutarle, poi da lì c’è sviluppo.

Noi abbiamo imprese che sono importanti nella nostra zona, che sono esportatori per buona parte del loro fatturato, che hanno fatto delle fiere con la Camera di Commercio. Se vogliamo parlare di Novara, nel solo settore del valvolame, nomi come Cimberio, Caleffi e quant’altro, che sono in quella zona, hanno utilizzato inizialmente questo veicolo, poi magari si sono strutturate e quindi ne sono passate delle altre. Però il volano è tale che devi insegnare a pescare, una volta che  hai insegnato uno può pescare da solo. L’obiettivo non è quello di portargli un pesce ogni giorno.

L’accorpamento tra le Camere di Vercelli e Biella è stato formalizzato. Come si completa il quadro?

Io ho detto qual è l’obiettivo. A tendere è quello. Poi, come ci si arriva? Vercelli e Biella hanno fatto un primo passo e loro stesse si rendono conto che non è sufficiente, perché insieme hanno circa 42.000 imprese, quindi è evidente che i risparmi che riescono a fare ci sono ma non sono tali da garantire il superamento dei vincoli di bilancio che sono stati imposti. Novara potrebbe andare con Alessandria e successivamente fare un altro accordo, oppure si potrebbe arrivare tutti a un’unione in maniera organica, questo si vedrà. Il percorso può essere articolato in tappe intermedie.

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