Davide Dellarole descrive in questa intervista l’attività del BIC di Gattinara, di cui è socio fondatore e resposabile delle relazioni esterne, ma è l’occasione per allargare il quadro a temi rilevanti per il Piemonte Orientale come l’innovazione, le reti, la condivisione di competenze ed esperienze nel mercato globale.

Nella sua biografia, Davide si definisce “malato di globalizzazione dei distretti industriali, ottimista impenitente, docente fuori dagli schemi”. Quel che traspare conoscendolo di persona sono la sua concretezza, la sua determinazione e la passione per gli argomenti che tratta e in cui crede.

Il BIC di Gattinara è formalmente un’associazione denominata “Ecosistema”, presentata nel 2015 da alcuni soci e dal presidente Daniele Baglione, Sindaco di Gattinara.

Davide Dellarole

A cosa serve il BIC “Ecosistema”?

Il Businees Innovation Center, o BIC, ha più che altro un valore sociale. Il suo ruolo è di incominciare a lavorare localmente per fare una sorta di evangelism, cioè cominciare a dire alla gente, ai giovani, a chiunque transiti in zona o comunque abbia a che fare con le nostre istituzioni, che alcuni valori sono fondamentali per potere dare vita a un territorio. Senza lavoro i territori muoiono. Poi uno può parlare di decrescita felice e di tutto quello che vuole. Fatto sta che se non c’è lavoro la gente non mangia e tutto va a catafascio. Quindi: sapendo che dobbiamo lavorare in un mondo governato da regole che non sono più quelle di pochi anni fa, con competitor che non c’erano prima e che adesso ci sono, gente che ha fame, miliardi di investimenti che sono stati fatti in Paesi che non sono quelli tradizionali, la prima cosa da fare era comunicare a spiegare tutto ciò alle persone.

Che attività pratica svolge il BIC?

L’attività del BIC è servita per due azioni, nell’immediato: racconto di ciò che è il mondo in questo momento, da una parte, e accoglienza delle esigenze di possibili nuovi imprenditori, di chi ha delle idee e voglia di far qualcosa, dall’altra. Il lavoro si è diviso in due grandi tronconi: c’è una parte più visibile, ovvero stiamo cercando di dare una mano ad alcune persone ad aprire delle attività in loco, quindi le seguiamo dal punto di vista del business plan, le aiutiamo a capire dove sono collocate nel mercato e a cercare dei finanziamenti tramite i fondi della Regione. Però sono cose piccole, cioè il classico intervento da Informagiovani, forse un po’ più evoluto perché c’è anche tutta la parte di business plan.

Quello che invece non si vede è la grossa attività di coordinamento di rete con dei soggetti che devono portare sul territorio delle nozioni legate proprio al tema dell’innovazione. Ci sono quattro progetti di innovazione vera e propria che il BIC ha seguito, quindi sostanzialmente progetti che vanno dalla microbiologia alla depurazione delle acque e all’intelligenza artificiale, cioè tutte cose che sono attualmente collocate negli ambiti di maggiore know how tecnologico al mondo. Non che debba per forza nascere un’azienda di questo tipo a Gattinara. Si crea una rete per verificare se poi si riesce a far nascere una piccola start-up e dare un segnale per cui qualcosa di tecnologicamente avanzato si va a inserire in un contesto che molto spesso di tecnologicamente avanzato non ha nulla. Se io penso al territorio di questa zona, delle colline, prevalentemente stiamo parlando di agroalimentare e di logistica. Perché c’è tutta l’area di Romagnano che con l’autostrada è un polo logistico e dall’altra parte si produce vino e poco altro.

Che ruolo ha il Comune di Gattinara?

Il BIC ha un ultimo scopo, ed è quello per cui è arrivata la decisione di coinvolgere un ente pubblico. Il BIC di Gattinara nasce con l’idea di disintermediare tutto. Deve essere un business to business, il Comune non c’entra in questo flusso di lavoro. Però il Comune ha un ruolo fondamentale, cioè è quel soggetto pubblico che fa da “notaio”.

Quando arriva un’idea progettuale, infatti, bisogna firmare un documento di non divulgazione tra chi ha scritto il progetto e tutti coloro che fanno una valutazione della proposta. Questo lo si fa dando una data certa al documento, affermando che il tal giorno alla tal ora è arrivato il tizio che ha detto che questo è il suo progetto. Il Comune fa questo. In sostanza ci dà una prima tutela, anche se sappiamo benissimo che legalmente non ha valore. Una prima tutela sul diritto d’autore relativo ai progetti che arrivano. Purtroppo, infatti, la proprietà intellettuale in Italia non è assolutamente tutelata.

Che differenza c’è tra il BIC di Gattinara e un incubatore di imprese?

Il BIC è un Business Innovation Center, quindi non è un incubatore. E onestamente di incubare ci interessa veramente poco. Ci interessa costruire una rete. È sostanzialmente un centro dove si fa innovazione per le imprese.

Chi accogliete?

Principalmente i soggetti che sono i cosiddetti “innovation makers”, cioè quelli che fanno innovazione ma non hanno la più pallida idea di come approcciare il mercato. Diamo loro una mano a costruire un piano di marketing e un business plan che abbiano una certa concretezza, quindi che siano riferiti al mercato. Non un approccio, come spesso accade, del tipo “tu hai un progetto, vediamo se c’è un finanziamento pubblico”. No. Non ci interessa il finanziamento pubblico. Vediamo se la cosa che hai fatto sta in piedi e se ha un potenziale mercato perché, se ce l’ha, chi se ne frega del finanziamento pubblico. Non è un incubatore ed è un soggetto che fa innovazione. In più nessuno guadagna dal BIC. È un’associazione senza scopo di lucro dove tutti noi prestiamo la nostra opera gratuitamente.

Perché lo fai?

Giriamo la domanda: perché Apple sta costruendo, o Google ha già costruito, delle piattaforme dove esistono migliaia di video per l’autoformazione delle persone? Sostanzialmente: perché Apple e Google regalano formazione? Per un motivo molto semplice: se io devo fare un prodotto innovativo come ad esempio l’iPhone, ma poi la gente non capisce cosa è l’iPhone, è un problema perché non me lo compra nessuno. Quindi, sostanzialmente, io devo anche formare delle persone verso l’innovazione. Va a vantaggio di tutti. Cioè: io lavoro in un mondo di innovazione. Se tutti sanno cos’è l’innovazione ci guadagno anch’io. Mentre negli incubatori ci guadagnano solo gli incubatori. Ecco perché non abbiamo voluto fare un incubatore.

Alcuni dati in sintesi

In Italia gli incubatori standard pubblici hanno delle performance medie di 120.000 – 130.000 euro di fatturato ad impresa con un addetto e circa 360 ore di consulenza. In più 0,9 idee ogni 10 diventano impresa. Quindi neanche una su dieci.

In Germania, con un modello differente molto vicino al BIC, quindi incubatori che sono aperti al mondo dell’impresa dove c’è una forte componente di valutazione economico finanziaria e manageriale del progetto, si verifica che quasi 5 idee su 10 diventino impresa, con minimo 2 addetti e in media 300.000 euro di fatturato e 54 ore di consulenza.

Paesi migliori per le Startup

Qual è lo stato dei BIC in Italia?

I dati che ho citato dicono tutto. Gli incubatori pubblici dovrebbero lasciare il posto a strutture come i BIC. In Italia ci sono 26 o 27 BIC, in questo momento. Per la maggior parte sono concentrati al Sud e sono quelli che stano dando realmente un valore aggiunto al mondo del Sud Italia e dell’innovazione.

Ci fai alcuni esempi pratici?

Parliamo di Città Studi Biella, partner del BIC di Gattinara. A me, onestamente, di vedere una caffetteria di Città Studi molto bella, interessa relativamente. A me interessa un posto dove trovo la gente che studia oppure che si incontra indipendentemente dal fatto di essere presente all’università. Un po’ come in biblioteca: vado e trovo della gente. La gente che è là che cosa sta facendo? Sta solo studiando? No, in realtà molto spesso succede che stiano anche pensando a qualcos’altro. L’immagine più bella è quella della grande università, come il MIT di Boston, Harvard, Zurigo, dove tu vai in caffetteria e ci sono gruppi di persone che stanno lavorando a dei loro progetti. Quando non sanno qualcosa o hanno bisogno informazioni alzano la mano e dicono, ad esempio: «Ragazzi, qui c’è qualcuno che si occupa di nanotecnologia?». E dall’altra parte del bar uno risponde: «Io! Di cosa hai bisogno?». «Vieni un attimo?». La grande differenza che noi dobbiamo iniziare a capire è: il BIC fa questo. L’Università italiana produce degli ottimi dipendenti  L’università straniera invece produce degli ottimi imprenditori. Sono due cose differenti.

Un’altra piccola storia che narriamo spesso è legata a Facebook. Si dice sempre che Facebook oppure la Apple non sarebbero potute nascere in Italia… Il vero senso della storia di questi grandi colossi è che, come dice il preside di Harvard nel film “The Social Network”, tutti quelli che vanno ad Harvard hanno un’idea per fare i soldi.

Ma tu prova a chiedere agli studenti italiani per cosa stanno facendo l’università. C’è da sperare che qualcuno almeno sappia perché sta facendo l’università. E quelli che lo sanno ti dicono: «adesso studio, poi mi cercherò un lavoro». Non: «sono qui per crearmi delle competenze perché dopo voglio avere successo nel mondo con un’idea che ho io». Questa è una grossa differenza.

Allora il BIC, in questo momento, sta raccontando queste cose. Non fa altro che andare in giro, dove riusciamo a inserirlo nei contesti universitari, imprenditoriali, o politici. Perché questa è anche una scelta politica che non ha partito, non ha colore… Nel senso: quando io faccio una scelta dove dico che voglio disintermediare, voglio togliere lo Stato dall’impresa, è una scelta politica, è dire: se ho meno Stato le cose funzionano meglio, di norma. Il collega Angelo Tracanna dice sempre: «meno stato più risultato».

BIC - Mente preparata

Come si inserisce l’attività di un BIC nel contesto globale?

Quando si parla di globalizzazione tu devi decidere se vuoi globalizzare un Paese o vuoi globalizzare le persone. Le persone sono già globali, cioè ci sono già Italiani che se ne vanno all’estero, ci sono già le imprese che lavorano all’estero. Quelle che rimangono in piedi in Italia hanno già una buona quota di export.

Vuoi globalizzare l’Italia? L’Italia non è per definizione globalizzabile.

C’è un soggetto intermedio tra le famiglie e l’Italia? Sì: sono i distretti industriali. Quindi è da qualche anno che mi occupo, con una serie di persone in giro per l’Italia, di globalizzazione dei distretti.

Cito Alberto Forchielli, un eclettico imprenditore, grande investitore esperto di economia internazionale e presidente di Osservatorio Asia: per competere abbiamo due soluzioni: o competiamo sul prezzo o facciamo cose che gli altri non fanno. Competere sul prezzo vuol dire avere come target di riferimento il Bagladesh, perché oggi la Cina produce lì. Ti interessa il Bangladesh? No.

Quindi, dobbiamo per forza fare qualcosa che gli altri non fanno. Che siano servizi o prodotti, ma devono essere qualcosa di innovativo. Allora per creare un contesto di questo tipo dove si fa innovazione uno si batte, ma cosa vuole ottenere? Che quando arrivano i cinesi non vengano a comprare le aziende italiane ma vengano a chiedere di partecipare alle aziende italiane.

Che vengano a chiedere di potere condividere un know how con le aziende italiane, non a proporre loro di trasferirsi in Cina per ridurre i costi di produzione. Piuttosto, andiamo insieme in Cina a costruire qualcosa che in questo momento serve a noi e a loro. Io non mi metto a discutere con la Cina sui cellulari, perché se li fa già benissimo, i cellulari. Ma parliamo invece delle cose che stanno lasciando un segno concreto.

Se parliamo di ambiente possiamo dividerci in due: quelli che sognano che il futuro sia la decrescita felice oppure quelli che pensano che la tecnologia sia ciò che ci risolve i problemi. Se siamo della seconda parte, in questo momento la depurazione delle acque, la depurazione dell’aria, tutto il tema delle bonifiche, il tema del trattamento dei materiali e delle tecnologie che li riguardano… Queste sono cose importanti. La Cina non è mica al nostro livello.

L’Italia invece a livello di ricerca nel mondo è ancora una delle prime cinque nazioni. Cosa può vendere? Tecnologia, processo, know how in genere, formazione, cose che altrove non ci sono. I cinesi hanno fatto in 30 anni quello che noi abbiamo fatto in 200 a livello di industria. Alcuni vedono Pechino ed esclamano: «guarda, non si vede il sole…». Cosa pensate che respirassero a Milano 50 anni fa? La stessa cosa! Quindi se vogliamo che la Cina diventi sempre più un paese con leggi a tutela della salute e costi del lavoro simili a quelli del mondo occidentale, dobbiamo darle una mano a fare questo passo. Perché se continua a produrre come ha prodotto fino agli ultimi 5 anni, senza badare alla salute e all’ambiente, esce e ammazza il mercato perché i prodotti costano un decimo, l’acciaio costa la metà e via dicendo. Noi siamo convinti che stiamo facendo un favore all’industria italiana, non stiamo facendo un dispetto se richiamiamo dei cinesi. Stiamo mettendo l’industria e l’innovazione italiana in grado di competere.

Perché dalla Cina dovrebbero venire a comprare tecnologia in Italia e non altrove?

Quando ho chiesto a dei cinesi perché vengono in Italia, loro hanno risposto: «noi saremmo anche andati a comprare tecnologia negli Stati Uniti, perché la ricerca italiana e quella degli Stati Uniti sono simili e i ricercatori sono bravi allo stesso modo. C’è però un piccolo problema: se io vado negli Stati Uniti il ricercatore standard arriva in sede con la Porsche, mentre in Italia o va in bicicletta o va in motorino».

Allora, come sempre: è il sistema che va migliorato, non gli italiani. Cambiamo il sistema, non gli italiani. Questo è il senso. E il BIC è una parte del processo. È quel centro che serve a disintermediare, fare rete e mettere in comunicazione gli imprenditori, per far sì che chi cerca innovazione trovi chi fa innovazione.

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